L'artista

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Accoglienza

 

 

Mario Bardi

pittore

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

D. CARA, Grafica Contemporanea, Milano 1960.

L. BUDIGNA, M. Bardi su “Le Arti”,   Milano 1965, n. 5.

R. USIGLIO, M. Bardi, su “D’Ars Agency”, Milano, anno IV, n. 5.

F. GRASSO, Artisti di Sicilia, Palermo, 1968.

R. DE GRADA, M. Bardi, “Vie Nuove”, 1969.

AA.VV.  ENCICLOPEDIA SEDA, Milano 1969.

N. VASILE,Bardi, “Meridione”, a.XV, n.1 e 2.

L. BUDIGNA, Bardi, “Meridione”, a.XV, n.3 e 4.

F. GRASSO, La Sicilia di Mario Bardi, Roma - Caltanissetta 1970.

D. VILLANI, Pittori allo Specchio, Milano 1071.

M. MONTEVERDI, Artisti in vetrina, Milano.

E. FABIANI, Mario Bardi, su “Notizie d’Arte”, 1973, Milano.

A. GATTO, Memoria Barocca, cartella di 5 litografie, Palermo 1974.

E. PIETRAFORTE,Cardinali e Gattopardi,La Sicilia di Mario Bardi, su “L’Avanti”, 2/11/1973.

N. D'ALESSANDRO, Situazione della Pittura in Sicilia, Palermo 1975.

R. DE GRADA, Mario Bardi, Milano 1976.

R. CIUNI, Presentazione della Personale “La Robinia”, Palermo 1976.

G. SEVESO, I miti del potere, 5 incisioni di M. Bardi, Palermo-Milano 1977.

A SCOTTI, Variazioni Barocche di Mario Bardi, “Il Quadrante” n. 12, Roma 1978.

G. QUATRIGLIO, Palermo nella memoria, “Giornale di Sicilia”, 6 marzo 1982.

D. VILLANI, Artisti Contemporanei nelle Mostre di Milano del 1973/74, Milano 1980.

F. GRASSO, Ottocento e Novecento in Sicilia, in “Storia della Sicilia”, vol.X Palermo 1981.

D. VILLANI, Il Premio Suzzara, Milano 1986.

M. GANCI, Le devianze barocche, Palermo 1986.

G. BONANNO, Cercando l’Arte Contemporanea, Palermo 1986.

I. MATTARELLA, Arte Contemporanea in SantaMaria Odigitria, Palermo 1986.

G. QUATRIGLIO, L’ambiguo barocco di Mario Bardi, “Nuovi Quaderni del Meridione”, Palermo,  agosto 1987.

G. QUATRIGLIO, Mario Bardi, polemica su tela, “Giornale di Sicilia”, 1/3/1989.

V. CONSOLO, Guida alla città pomposa, testo con tre incisioni di Mario Bardi, Milano 1990.

G. SEVESO, Tra cronaca e memoria, Milano 1998.

G. BONANNO, Novecento in Sicilia, Palermo 1990.

N. D’ALESSANDRO, Pittura in Sicilia dal futurismo al post-moderno, Palermo 1991.

 

 

Altri scritti e note critiche

 

Leonardo Sciascia, Luigi Bonifacio,  Leonardo  Borgese,  Rossana Bossaglia, Dino Buzzati,   Antonio Carbè,   Ennio Cavallo,   Matteo Collura, Nicoletta  Colombo,  Mario De  Micheli,  Vittorio Fagone, Maria Luisa Florio, Alvarez Gonzalo Garcia, Aldo  Gerbino,   Mario  Lepore,  Alberto  Machiavello, Renzo Margonari,  Giorgio  Mascherpa,  Aurelio  Natali,  Franco  Passoni,  Mario  Portalupi,  Gianni  Prè, Franco Presicci, Edoardo Rebulla, Giuseppe Servello, Gino Traversi, Carlo A. Galimberti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



VITTORIO FAGONE
INCONTRO CON LA REALTA’

Ho insistito molto, debbo confessarlo, presso l’autore, il collezionista e gli amici della “Galleria 32” di Milano perché l’opera di Bardi più significativa e nota (unanimemente lodata come la migliore del premio Suzzara di quest’anno anche se, per esplicita dichiarazione della giuria, non ammessa alla premiazione in quanto Bardi aveva vinto la precedente edizione dello stesso premio) venisse esposta a Palermo.
Qui mi pare essa può essere meglio apprezzata in tutti i suoi valori: Portella della Ginestra è un episodio cruciale della recente storia politica e civile siciliana ma la misura del realismo di Bardi è arrivata a coglierne certi aspetti drammatici profondi e l’ha penetrata in un ambiente, e in una materia, così naturale che essa risulta non solo l’animata cronaca di un tragico avvenimento ma un’immagine compiuta e viva del mondo siciliano.
La pittura di Bardi cerca ormai di legarsi a questi risultati; essa affonda di continuo radici nei movimenti della storia e del costume siciliani, controllata e attenta però a non franare in mitologie, retoriche, didascalie.
E' anche per questo che il nome di Bardi ricorre di frequente nei numerosi e sempre più espliciti riferimenti al gruppo ormai folto di pittori della nuova generazione, operanti a Milano, che accettando e superando l’onesta esperienza del realismo del dopoguerra (alla fine rigido e impigliato in un apparato ideologico privo di vitali dinamismi) sembrano voler ritrovare la via di un  incontro con la realtà dove la proposta umanistica, prima ancora di quella figurativa, è compiutamente dichiarata. (1965)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



RENATA USIGLIO

IL LATO EPICO DELLA STORIA SICILIANA

Forse l’orrore del vuoto ha suggerito all’uomo l’invenzione della categoria tempo: ma non ha valore assoluto l’ieri come contrapposizione all’oggi e al domani. L’individuo uomo vive in una dimensione intessuta del ricordo del passato, dell’azione attuale, dell'attesa e speranza nell’avvenire.
Tanto più che si vive nel presente quanto più si opera nella conoscenza della propria storia e delle premesse di ciò che sarà dopo di noi; e “moderni” si è proprio nell’approfondita coscienza dei legami con le vicende antiche e recenti che sono alle nostre spalle. Bardi che da anni vive nell’Italia settentrionale, a Torino prima e ora a Milano, sente acutamente la necessità di un legame col paese d’origine – che è un modo di essere se stessi sul piano artistico ed umano – attraverso un impianto contenutistico. Interessato alla revisione critica che si viene operando sulla nostra storia nazionale, rivive appassionatamente le pagine più risentite del risveglio dell’isola in chiave risorgimentale, trasferendo il frutto delle sue conoscenze filosofico-storico-letterarie sul piano della sua produzione pittorica.
Tutto un gruppo di artisti siciliani è interessato alla piena coscienza delle proprie radici culturali, da Baragli a Caruso, da Carpintieri a Spinoccia. In Bardi si accentua, se mai, l’inclinazione per il lato epico della storia siciliana.  (1965)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



LEONARDO SCIASCIA

NON C’E’ NIENTE NELLA SUA PITTURA
CHE LA SICILIA NON POSSA SPIEGARE

I temi storici e di cronaca, della storia e della cronaca siciliana, che Bardi svolge nella sua pittura con profonda coerenza e ostinazione, sono la principale ragione per cui posso dire qualcosa dei suoi quadri. La seconda ragione è, naturalmente, che i suoi quadri mi piacciono, al di là dei temi, al di la dei contenuti, e che sono convinto che egli è tra i pittori della sua generazione (che è poi la mia) uno dei più maturi e dei migliori.
Più di una volta mi sono trovato a scrivere di pittori siciliani: non da critico d’arte, beninteso, ma da uomo che con altri mezzi lavora a rappresentare la realtà siciliana. Per cui il mio discorso, che pregiudizialmente altro non voleva essere che un gesto di solidarietà, poteva o meno avere una sua validità nella misura in cui il rapporto del pittore con la realtà siciliana era più o meno effettuale.
Ma con Bardi mi trovo in una più precisa congenialità.
Quando ancora non ci conoscevamo di persona, ci siamo conosciuti su un tema comune: la sua prima cosa che ho visto era una battaglia garibaldina; la prima mia cosa che lui ha letto era un racconto sulla cosiddetta “diversione di Corleone” che consentì a Garibaldi di prendere Palermo. E già questo girare intorno alla spedizione garibaldina come intorno ad un giuoco (piuttosto greve) dell’errore, a tentare di scoprirlo e di scriverlo almeno nella nostra coscienza è un fondamentale elemento di affinità.
E poi altri punti nodali della storia siciliana e della cronaca: i fasci socialisti, il separatismo, Portella della Ginestra, la mafia – ma visti dal di dentro, nelle dolorose implicazioni della nostra responsabilità.
A questi punti dolenti della realtà siciliana e della coscienza individuale e collettiva dei siciliani, Bardi ovviamente perviene attraverso un ordine di esperienze e di scelte diverse di quelle di uno scrittore, e più immediate (anche se avvertite e sostenute dalla partecipazione a quella particolare cultura di cui molto prematuramente Gentile stese l’atto di morte). Non c’è niente nella sua pittura che la Sicilia, a riscontro, non possa spiegare: e non soltanto negli avvenimenti, nei fatti, ma anche e soprattutto nel modo di essere, e nel suo modo di essere pittore. 
E poiché non si può parlare di un pittore senza toccare intrinsecamente il suo modo di essere pittore, voglio subito dire quella che a me pare la più positiva particolarità di Bardi: che pur volgendosi a temi che sono stati e sono di Guttuso, la sua pittura risulta totalmente affrancata da ogni suggestione guttusiana. Che non è poco, considerando quale grande personalità sia quella di Guttuso e quanta naturale attrazione, per il provenire da una uguale cultura figurativa popolare e no, può esercitare su un siciliano. E non è che Bardi non abbia appreso niente di Guttuso, solo che lo ha appreso bene: tanto bene che appunto non si vede (a parte, si capisce, la lezione di impegno civile: che si vede). 
A dar senso a questa considerazione occorrerebbe far discorso sul colore di Bardi, che è la sua più forte peculiarità. Un colore che nelle sue accensioni e preziosità dà il senso di provenire dal nero e di aspirare al nero: quasi “sviluppato” dal nero, insomma; e, svelato e sospeso per un momento, per un momento folgorato, dovesse di nuovo riassorbirsi nel nero. Ma questa è soltanto una sensazione. E ci vuol altro per fare quel discorso che la pittura di Bardi merit
a. (1967)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



MARIO DE MICHELI

LA VIRTU’ EVOCATIVA

Bardi è un pittore narrativo. Nella narrazione la sua fantasia s’accende, si dispiega, trova la propria misura. Mi pare che questa mostra, che raccoglie la sua produzione dai primi giorni dell’arrivo nella capitale lombarda ad oggi, ribadisca egregiamente tale verità, rendendola di primaria evidenza: dalle navi rugginose all’ancora in mari piatti e desolati, dove si sfogava la sua iniziale nostalgia siciliana senza per altro ch’egli rifiutasse le nebbiose tristezze padane, ai suoi personaggi monumentali seduti al tavolo dell’osteria; dalle battaglie e dalle lotte contadine della sua isola ai quadri eseguiti recentemente.
Persino quando dipinge una natura morta Bardi racconta. Il che non vuol dire che la sua pittura sia semplicemente descrittiva o episodica. Egli conosce la virtù evocativa del colore, possiede sempre una visione ed una emozione di fondo, che gli consente d’imporre al racconto una sintesi plastica, e in più sa combinare la sua naturale dote epica con opportuni accenti lirici.
Bardi non è un artista che ami correre dietro alle sperimentazioni. Il suo problema è quello di enunciare suggestivamente e esplicitamente il senso di una storia, il significato di un giudizio, la forza dei suoi sentimenti e delle sue convinzioni. Per far questo ha quindi bisogno di un linguaggio senza sofismi, un linguaggio diretto, non tuttavia semplicistico, risultato al contrario di un filtro stilistico elaborato con una particolare coscienza dell’impegno formale, nonché di una visione che non è mai vaga o approssimativa, bensì circostanziata e aderente.
L’inclinazione di Bardi per la storia o il racconto non dipende da una scelta di gusto. Dipende da ragioni più meditate, da certe sue radici popolari, da un suo fresco impulso verso le vicende tragiche ed eroiche della sua gente. Vi sono alcune delle sue tele a cui senz’altro ben s’accompagnerebbe il commento di un cantastorie.
Eppure sbaglierebbe chi credesse di vedere nel lavoro di Bardi il segno del folklore o dell’esotismo. I personaggi di Bardi sono visti con occhio assai diverso, hanno uno spessore autentico, un volto e una fisionomia nati da un passato e da un presente “vero”. Tutto ciò dà alla sua vena narrativa un sapore schietto, immediato che il linguaggio figurativo trasmette con spontaneità ed estro. Vorrei dire che le qualità di Bardi vivono nelle sue immagini senza mai forzare i termini dell’invenzione, senza mai rompere la misura del discorso. Quando l’occhio si posa sulle sue tele l’impressione che se ne riceve è quella di una felice scioltezza di modi: in tale scioltezza si sono dissolti, appunto, i problemi spinosi dell’espressione, le difficoltà e le incertezze. Ciò però non significa che non vi siano stati. Il fatto che egli riesca a risolverli in un tessuto narrativo così articolato è una sua peculiare virtù.
Osservando alcune delle ultime tele, dipinte tra l’autunno e l’inverno di quest’anno, si può notare l’affermarsi di un colore più intenso e vibrante, di una strutturazione più incisa dell’immagine. Forse la pittura di Bardi sta per iniziare un nuovo ciclo, inaugurando una nuova stagione. Ma indubbiamente, credo, in qualsiasi direzione egli si muoverà, non potrà mai essere una direzione che muti la sorgente della sua ispirazione, la sostanza del suo mondo poetico. Bardi sarà quello che è, anche se il futuro si prepara per lui propizio e folto d’interessi. Sarà cioè, anche in futuro, un pittore che non si stancherà mai di raccontare le storie dolci o terribili degli uomini.  (1968)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



ALFONSO GATTO
LA GRAFICA DI BARDI

Nel mondo e nella grazia puntuale di Bardi sono tratti a esempi di vita scenica e pittorica anche indugi e analisi e meditazioni più propriamente idillici, evocati, si direbbe, da un passato prossimo che è ancora presente e fresco di scoperte emotive.
Si guardi alla litografia delle carrozzelle, così nitida negli spazi del cielo e delle architetture. Si guardi anche e sempre alla festosità, tutt'altro che generica, degli arabeschi, dei parati gioiosi che interferiscono sugli imperativi caratterizzati delle figure, dei volti e degli emblemi storici. Evidentemente, nel Bardi, la coesistenza immaginativa e fantastica dell’emozione visiva e della eloquenza culturale è propria, autentica della sua storia e della sua memoria intrinseca di uomo del Sud, partecipe sia dell’assunzione figurale delle idee, sia del loro rapido decadere e spogliarsi nella malinconia del relitto araldico, cui resti un vano orgoglio di immagine rappresentata nel gioco delle parti.
Da queste litografie, per l’ampio gesto degli spazi divisi e "tenuti" sintatticamente dalla pagina grafica, per l’amoroso indugio dei particolari, per la toccante nettezza dei timbri coloristici, crediamo che l’immagine del pittore di Palermo riceva, quale verifica, una conferma critica della sua piena identità, quale gli va riconosciuta: intendiamo non quella di un pittore nato per caso, senza radici culturali, in un qualsiasi paese, ma l’altra, tutta sua e propria, di pittore meridionale dentro la sua storia, dentro le origini, e liberamente esposto a ricevere e a dare gli interrogativi dell’arte di oggi, fatta di inquietudine, di consapevolezza e di inconscio, di denuncia e di suggestione per i miti oppressivi, di gioco, quale estremo azzardo di esperienza e di calcolo. (1974) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



RAFFAELE DE GRADA

LE CONQUISTE DI BARDI

Non sono tanti gli artisti che sono disposti a frugare nel loro intimo. Pochissimi quelli che sono disposti a portare il proprio intimo sul teatro della società. Tra questi,come un domatore che porta le immagini a colpi di frusta sul palcoscenico, conosco Mario Bardi. Siciliano, palermitano, ha partecipato (e allora l'ho conosciuto), sia pure marginalmente, agli ultimi esiti del movimento realista che si esaurì nella prima metà degli anni sessanta. Quando tutti si dileguavano, Bardi tenne duro sulle posizioni di partenza, guadagnandosi una grande stima di coerenza. In realtà Bardi non poteva soggiacere all'umiliazione dell'arte— teatro che avvenne alla fine degli anni sessanta. Con la sua irrruenza siciliana non poté sopportare l'aria da "nursery" che andava acclimatandosi presso di noi. A rischio di parere un eclettico, rinunciando di adattarsi a uno degli stili (allora si diceva "tendenze") prefabbricati, tentò una serie di strade, con un'i dea secessionista della pittura, secessione da tutto e da tutti. La radice pittorica di Bardi sta infatti nella tendenza generale del realismo italiano, nell'arte che si apre ai contenuti del costume e della vita sociale. In Bardi, siciliano, hanno sempre contato molto i fatti e le sorti della propria isola, tormentata dalla mafia e dai difficili rapporti sociali, che troppo spesso si sono risolti con l'emigrazione.
Bardi tuttavia non si è mai indugiato a trattare con descrizione sociologica questi temi. Li ha invece esaltati in una evocazione fantastica trattandoli con una simbologia accesa, talvolta mostruosa, ma sempre strettamente figurativa cosicché i simboli fossero chiari per tutti. £' una forma attuale di "espressionismo" questa di fare apparire le cose del mondo attraverso le luci e i colori, le linee tormentate delle descrizioni che si servono di impaginazioni rotte e multiple, in cui l'emozione prende corpo non tanto dai soggetti quanto dal modo come essi vengono suggeriti.
Negli ultimi anni Mario Bardi ha cercato di contenere il suo rigore compositivo in dimensioni più classiche, trasferendo da un ambito intellettuale a una più riposata contemplazione i suoi soggetti. I rossi cardinali, i nudi ossessivi, le limonaie, gli scorci di palazzi barocchi vengono a comporre insieme architetture di spazi, quasi "nature morte" di brani di vita. Chi ricorda le sue ultime mostre milanesi sarà piuttosto stupito di ritrovare un Bardi così contenuto nella sua ben nota esuberanza. E' un dato comune nell'arte italiana la convinzione universale che è passata la stagione dell'informe e del disordine antìpittorico. Tutti quelli che possono si sono rimessi a dipingere, ben sapendo che è nell'ambito della pittura che deve e può spaziare la fantasia, ma l'emozione è pittorica e alla pittura ritorna l'onore del mestiere ieri appannaggio del disprezzato artigiano.
Pertanto, presentando questa mostra di Bardi, voglio richiamare il pubblico che lo ha conosciuto alla constatazione della maggiore intensità pittorica di questo artista.  E' un artista che si è maturato (ciò non toglie niente alla sua precedente esperienza) nella lunga riflessione di studio e nella convinzione che i contenuti devono diventare carne della carne pittorica, perdendo quel tanto di superficialità che le radici realiste avevano mantenuto alla pittura. Così gli è stato chiaro che il "barocco" (un mondo più che uno stile) può prendere corpo anche da fattori drammatici e non soltanto decorativi. In fondo c'è stata una tendenza,specialmente nel Mezzogiorno, a prendere atto del viluppo delle cose come fattore dì alta decorazione. Ciò corrisponde al lassismo di fronte agli eventi, all'atteggiamento di chi non vuol pensare di più di quanto l'occasione comandi. Liberarsi da questa tendenza, approfondire,anche riducendo il tema, il fattore di realtà che si è portati ad esprimere, è un gran merito di alcuni pittori, non tanti, che hanno vissuto  intensamente la realtà drammatica ma anche felicissima del mezzogiorno.
Tra questi Mario Bardi è riuscito a disegnarsi una personalità viva e originale. Le immagini di Bardi ci appaiono come avvolte nelle liane di una foresta tropicale, radure di luce nell'oscurità felpata che sembra graviti intorno. Il quadro di Bardi non entra nell'ambiente, lo crea con l'eccentrica esaltazione delle forme.
Qual è allora la sua "tendenza" ? Mi sembra che in questo periodo gli artisti non vogliano assoggettarsi a poetiche comuni, data la stanchezza che lo schematismo contemporaneo ha comportato.
Come dopo il temporale si vedono più netti i profili delle montagne in lontananza, così oggi noi scorgiamo, ai diversi livelli, i valori di quelli che hanno creduto nella pittura per raccontare ciò che hanno conosciuto del mondo, del particulare in cui è stato loro dato di vivere. E' questa una nuova "tendenza" o meglio è questo ciò che noi potremmo chiamare "realismo" dell'oggi ? Se così già fosse, Bardi sarebbe uno dei primi a potere essere così definito. (1984)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



GIORGIO SEVESO

TRA CRONACA E MEMORIA

 Mario Bardi è stato un protagonista significativo di quella storia tutta ancora da scrivere, gremitissima di fatti e personaggi anche rilevanti, della “salita” a Milano degli artisti siciliani: una storia ricca e complessa, lunga almeno un secolo, i cui protagonisti hanno trovato, in tempi e modi diversissimi tra loro ciascuno una sua collocazione nella multiforme geografia dell’arte di questa città. E l’hanno a tal punto trovata (anzi, conquistata e meritata) che senza la loro presenza il panorama artistico milanese, con il suo intreccio fitto e dialettico di interazioni e di approfondimenti, certamente perderebbe alcune delle sue caratteristiche di fondo.
In questa storia da scrivere Mario Bardi avrà sicuramente un capitolo tutto suo. C’era in lui infatti un particolarissimo impasto di nordicità e sicilianità, di temperamenti ed atteggiamenti diversissimi, che sono diventati nella sua espressività figurativa una caratteristica segnica e poetica, appunto, estremamente personale.
i tratta di un’alchimia difficilmente ripetibile e ricostruibile, di un magico precipitato di idee e di sentimenti, di memoria e di coscienza, che riesce a miscelare tra loro sempre fruttuosamente le vetuste rotondità barocche o le asprezze solari e mediterranee della Sicilia con l’acido disincanto di uno sguardo lombardo. E allora ecco che i miti e l’eros, che i segni e i volti del Potere occulto o manifesto, che gli oggetti e i panorami del quotidiano possono farsi come distanti, come “estraniati” direbbe Brecht, e si caricano di una valenza simbolica tutta interna al tessuto stesso dell’immagine.
La sua pittura e i suoi disegni sono uno sguardo di realismo rivolto al pensiero delle cose, ma anche una sorta di aspra, sensuosa sensibilità del vivere e del fantasticare. “Non c’è niente nelle sue immagini”, ha scritto Sciascia di lui, “che la Sicilia non possa spiegare”. E difatti è la Sicilia il perno interiore sul quale ruota ogni cosa dei colori, del suo segno, delle sue liquide metafore di spazi, corpi, luci e tempi. Ma anche, dicevo, è Milano a dargli quella sua pensosa densità, quella sua concretezza asciutta e precisa.
Il figurare di Bardi per oltre sessant’anni ha traversato parecchie stagioni (talune più barocche talune appunto più “realistiche”) senza mai abbandonarsi alle oscillazioni del gusto, sempre assorto ai suoi veri motivi interiori, quando più melanconici o esistenzialistici, quando più turgidamente e sensualmente figurativi. In tutti, ancora, un suo modo, una sua cifra sempre riconoscibile, anche nel minimo bozzetto o disegno a matita: una sua sintesi, mai contratta o meramente riassuntiva del segno d’immagine, tra cronaca e memoria, tra racconto e contemplazione.  (1998)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



ENNIO CAVALLO

MARIO BARDI: ASCENDENTI E CONSEGUENZE

Prima di tutto, e per dissipare qualsiasi dubbio, vorrei fare un atto di fede per l'intera opera di M.Bardi.  Userò, a tale proposito, un giudizio che Leonardo Sciascia ebbe a scrivere di lui nel 1967: "... ci vuole ben altro per fare quel discorso che la pittura di Bardi merita."
E qui "ben altro" non è certamente "il barocco" in cui alcune voci sterili e riduttive hanno racchiuso la sua lunga produzione artistica. Questi ultimi lustri del nostro secolo sono stati anni di grande travaglio, densi di novità, di straordinaria importanza per il formarsi di una coscienza artistica moderna. Sono stati gli anni che hanno visto false ascese e deludenti tramonti. Ed è proprio in questo clima, di lizze inutili che Mario Bardi accende ed alimenta il suo fuoco anteponendo sensibilità, pensiero e una felicità naturalistica, semplice e schietta, a certe scelte di moda. Ora questo suo mondo apparentemente elementare cessa di esserlo allorché ci si rende conto che la fortissima linfa naturalistica, anziché fare dell'artista importatore di tendenze esterne, astratte dal suo ambiente, acquista senza quasi bisogno di mediazioni intellettuali il valore di tendenza storica: tale da porre l'artista in rapporto critico con il suo stesso ambiente.
Inseguendo situazioni legate al corso della sua vita emotiva Mario Bardi riesce a renderle con opere che, in virtù di una pura forza interiore, lasciano chiaramente decifrare una massiccia concezione dei più urgenti problemi dell'uomo, dal potere alla povertà, diventandone cosciente nell'atto stesso in cui il suo bisogno artistico lo delinea nell'opera compiuta. E, con ogni sua opera, Bardi riafferma il principio per cui non concetti astratti o prevenute concezioni filosofiche siano da riportare sulla tela, ma la conoscenza della realtà... le cose così come sono, indagate ed esplorate nel loro luogo, spazio e luce. Le cose, da sole, esprimono idee, filosofia e storia, perché da esse si sprigiona il presente e il suo suono, la nuova condizione umana, i nuovi concreti rapporti tra gli uomini e degli uomini con le cose, e la storia. Nasce così una pittura che smantella le gerarchie, più idonea ad accostare la realtà, a scrostarla da ideologie e falsi decori. Ed è notevole In Bardi il fatto che in tempi di totale disattenzione tocca a lui, artista sensibile, cercarsi i propri ascendenti per tirarne da solo le conseguenze, immettendo elementi culturali che lo collegano idealmente alle proprie esigenze.
A questo punto il suo campo d'azione si estende improvvisamente, vi scorazza senza contraddirsi, precisando i termini della sua proposta e rendendoli sempre più convincenti man mano che acquista capacità di integrare il proprio contributo in una situazione storico sociale. Tutto allora diventa sonoro, scandito, concreto: gesti, sentimenti, spazio,volumi, luce e  colori si concretizzano in elaborazioni di facile lettura, nelle quali all'apparente semplicità corrisponde un'articolazione immaginosa e sorvegliata,.una scienza di ritmi, di accordi, di corrispondenza tra gli spazi, una sapiente distribuzione degli accenti ed un disegno estremamente vigile e calibrato. Per chi frequenta il suo studio non è difficile accorgersi che quel suo modo artigianale di dipingere fiori e frutta esige una grande forza morale ed interiore che diventa arnia per un nuovo realismo.
Per Mario Bardi non si tratta di avanzare ipotesi, ma di affermare il significato oggettivo di nuovi contenuti, di una pittura stretta alle cose reali, nata dall'osservazione inalienata del reale.  Tutto può diventare dunque soggetto di un'opera che si può ben strutturare attraverso un gesto, un'inclinazione della testa, un volteggio di pieghe. Ogni parte in sé contiene dunque la struttura generale e ciò gli consente di avvicinare ritratti, scene sacre, fiori e frutti con lo stesso straordinario plasticismo e spesso con una suggestiva grandezza, poiché il tutto è insito nell'armonia dei suoi colori e nella particolare natura del suo lavoro: armonia rara e sottile, composta di una specifica scelta di toni ed a una personale maniera dì impiegarli. La sua è una pittura raffinata la cui materia contiene in fondo una certa purità cristallina, E sfogliando i diversi cataloghi relativi alle esposizioni di Mario Bardi ancora una volta ci si può rendere conto che in tutti i tempi ci sono stati pittori realisti, che sono stati grandi artisti, e questo non perché abbiano riprodotto la realtà in modo illusorio, bensì perché l'hanno interpretata, veduta e sentita ribaltando verso il prossimo ciò che a loro sembra l'essenza. (1990)

Alcune testimonianze critiche

Vittorio Fagone (1965)

Renata Usiglio (1965)

Leonardo Sciascia (1967)

  Mario De Micheli (1968)

  Raffaele De Grada (1984)

  Alfonso Gatto (1974)

  Ennio Cavallo (1990)

Giorgio Seveso (1998)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Bibliografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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  Bibliografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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